Napoli, stato d’animo da frontiera, in bilico sulla linea di un prodigioso confine. Da un lato, geografia morbida e solare, riflessi d’ambra e soffi di sorriso, dall’altra è tenebrosa metamorfosi, silenzio, eco della storia. La città si divide tra luce e oscurità, bagliori ed ombre. E se è ‘na bella cosa ‘na jurnata ‘e sole, n’aria serena doppo ‘na tempesta, il buio è lì ad un passo, nella città capovolta. Tra cunicoli e grotte si entra nel passato, nel labirinto dei ricordi, nella memoria di rocce e uomini, complici nella gioia e nel dolore. La favola napoletana spesso dispensava la sua morale negli angoli nascosti di Partenope, quando le sirene, per niente ammaliatrici, annunciavano il rombo degli aerei e i boati degli scoppi. In quella semioscurità, si ingannava la paura parlando del più e del meno, si disegnava, si sognava una vita alla luce, senza il timore. Ma quelle cavità hanno ascoltato anche lo scorrere dell’acqua, il respirato miserere d’addio per uomini di fede, il tracotante incedere di individui senza scrupoli. La città sotterranea ha nascosto, ha protetto, ha custodito. Ed oggi, restituisce emozioni, silenzi interminabili e preziosi. Negli antri sotterranei, il caotico scorrere dell’esistenza vesuviana è un ricordo. Si è con se stessi, con il mistero, con il proprio sentire. Il viaggio termina con una valigia di emozioni e battiti, un senso di inadeguatezza a quel continuo affannarsi della superficie. Si discende con la voglia di esplorare avvenimenti passati e si scopre che la vita è stata anche impalpabile, leggera come un soffio di vento caldo, uno sfiorare dell’anima. Si scopre che anche il buio è amico.