Erano microcosmi le strade e le piazze di Napoli. Vite incrociate, esistenze in equilibrio sul filo della sopravvivenza. Nel dedalo di vicoli e slarghi, tutti conoscevano tutti: l’inventiva quotidiana era condivisa, plasmata come bene comune. In un simile labirinto di passione, dignitosa povertà e lunario da sbarcare, la manualità e l’ambulantato erano occupazioni primarie. Il popolo, con il suo incessante vociare, rappresentava il cuore; le piccole botteghe artigiane erano gli infiniti battiti. Antri dove abili mani forgiavano, plasmavano, davano nuova vita agli oggetti del vivere: dalle creazioni utili, alla decorata fantasia del superfluo. Nei gesti dimoravano l’abilità e la tradizione, ma anche la consapevolezza della fatica, del sacrificio, della soddisfazione.

Quel tegame rimesso a nuovo, quella scarpa lucida, quella statuetta di porcellana rappresentavano il parto di un respiro lungo, ampio, seminato nella storia della propria terra.

Ognuno era pronto a porgere la mano, a divenire comprimario della sciagura del momento. Il lutto, l’accidente non appartenevano solo al malcapitato primo attore, ma a tutti coloro che ne venivano a conoscenza. Un passaparola che avvolgeva lo sventurato, che lo rendeva meno solo. Brutti, sporchi, ma non cattivi. Sempre pronti al sorriso, alla battuta sferzante, ad offrire ciò che si aveva: rosolio, anice; a tirare fuori dalla credenza ’o maceniello per tritare pochi ma aromatici chicchi di caffè; ad ascoltare tristi vicende e malocchi quotidiani. Ecco, il napoletano era sì chiacchierone, ma sapeva anche ascoltare, trovare – nella sua spicciola psicologia – la magica fusione di silenzi e frasi consolatorie.

La rappresentazione del dolore viene ben affrescata ne L’oro di Napoli (1954) di Vittorio De Sica. La pellicola è tratta dall’omonima raccolta di racconti (1947) di Giuseppe Marotta. Nell’episodio de Il funeralino, per le strade della città sfila un carro funebre: ospita il corpo di un bambino. La madre segue quel tiro a otto e chiede al cocchiere di attraversare la via grande, affinché tutti possano vedere quell’innocente rapito dalle tenebre. Lei, popolana, affranta dal dolore, non si sottrae al rito della condivisione. E le strade e le piazze si inginocchiano e rendono omaggio.

Così era Partenope, così i suoi abitanti. Tra oleografia e luoghi comuni, l’anima lazzara sapeva abbassare lo sguardo, offrire un sorriso, avvolgere di tenere parole, sciogliere i dolori nella brezza marina. Erano altri tempi, meno caotici. Tutto sommato, nonostante gli eterni problemi, erano giorni dal respiro ampio e dallo sguardo panoramico. Gli occhi potevano planare anche sulle storie accanto, sui piccoli drammi che sfioravano l’esistenza. Il napoletano era sicuro che, occupandosi benevolmente delle vicende altrui, avrebbe avuto un esercito personale di amici nel momento del bisogno. E non sbagliava.

Tra cialtronerie e piccoli espedienti di vita, il teorema della reciproca assistenza funzionava. Era scritto nel codice genetico del popolo. Le difficoltà venivano affrontate in gruppo. Fronte unito. Essere colto da malore in una strada di Napoli significava essere assistito da decine di improvvisati medici. Certo, la cura veniva praticata secondo la scuola del marciapiedi. Sbucavano la sedia, il caffè, il liquore, l’aceto, i sorrisi, le parole.