Un viso asimmetrico, un anima regalmente popolare, una vocazione alla dialettica funambolica, una grande disponibilità. Tutto sintetizzato in un fonema: Totò. Lui, guaglione del rione Sanità, abituato a quel sole che rimbalzava tra i palazzi e regalava solo qualche lampo agli stretti vicoli, aveva dentro il gusto dell’apparire, della battuta, della voglia di essere al centro di qualcosa. Voleva riagguantare la vita, con uno sberleffo. Nasce una preziosa fusione: il volto-maschera, la cultura napoletana, l’inconsapevole rimando ad indimenticabili protagonisti della risata (Gustavo De Marco, Petrolini, Buster Keaton, Stan Lauren).

Un laccio di scarpe per cravattino, pantaloni ’a zumpafuosso (corti), un liso e abbondante frac: la grammatica di quella povera esistenza napoletana, orgogliosa della propria dignità. Eppure, alla marionetta Antonio mancò la consacrazione, quella vera, da lui attesa invano per una vita. È vero, sempre al centro della scena, ma mortificato da critica e intellettuali. Troppo volgare, troppo commerciale. Un tarlo nell’anima: “Almeno indicassero i miei errori”, sbottava il povero Totò. E a dire la verità, il principe della risata (e della malinconia) di ruoli ne ha interpretati: dalle macchiette alla marionetta, dall’ingenuo al truffatore, dal seduttore, al giudice, dall’uomo della strada al nobile. Ma non è bastato.

Soltanto all’inizio della carriera, per quel “San Giovanni decollato” (1940), e poi alla fine, nella pellicola di Pier Paolo Pisolini, “Uccellacci e uccellini” (1966), “Le streghe” (1967) e “Capriccio all’italiana” (1968), la stampa si accorse di lui. In mezzo, l’indifferenza. Totò esisteva, ma è come se fosse stato evanescente. Quelle 97 pellicole, girate in 31 anni, furono volutamente ignorate.

Quando il piccolo Antonio, una carriera scolastica disastrosa, che lo portò addirittura ad una retrocessione: dalla quarta elementare alla terza e per far ridere i suoi compagni di vicolo diceva: “ Sono un retrocesso, e scusatemi la rima”, strappava, sì, risate, ma gettava il seme di quella sua eterna malinconia. “I critici mi rimproverano perché faccio sempre le stesse cose”, scrisse molti anni dopo. “Non è vero. Sono passato dalla Commedia dell’Arte alla prosa, dal varietà al cinema, dalla poesia alla musica. Certo, rimango sempre Totò, perché non sono io a comandare la mia faccia, ma la mia faccia a comandare me”.

L’unica sua rivincita fu, nel 1924, il matrimonio della madre, la bella Nannina Clemente, con lo squattrinato marchese  Giuseppe de Curtis. Un’unione che permise ad Antonio, dopo faticose ricerche araldiche, di fregiarsi di un titolo nobiliare, ma soprattutto di far cancellare all’anagrafe del Comune di Napoli la denominazione: “Antonio Clemente di Anna Clemente e di N.N.”. “Tengo molto al mio titolo nobiliare – sottolineava – perché è una cosa che appartiene soltanto a me. Le onorificenze cinematografiche, invece, sono di chi va a ritirarle. In Italia, gli attori sono premiati esclusivamente se assicurano di andare a ritirare il premio, dando così un impulso pubblicitario alla manifestazione. Una volta mi fu comunicato che avrei ricevutola Grolla d’oro. Per impegni di lavoro non riuscii a partecipare alla premiazione e cosìla Grolla se la prese un altro attore al posto mio”.

Lui che amava il palcoscenico, si trovò, così, a non condividerne le regole. A sentirsi sempre un passo indietro. Il pubblico lo seguiva, ma spente le luci, Antonio si rabbuiava. “A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò”, diceva. “Con l’Altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?”.