L’erba del vicino è sempre più verde, dicono. I suoi spavaldi fili svettano rigogliosi verso il cielo, quasi a dimostrare una piccola naturale superiorità. Gettiamo uno sguardo oltre lo steccato e sentiamo una fitta alla bocca dello stomaco. Lì, è tutto più curato, bello, orgoglioso. Poi, i nostri occhi sfiorano il prato che calpestiamo e ci rendiamo conto che tanto male non è. Tutto sommato, se vengono in tanti a visitarlo qualcosa vorrà dire. Ed allora campa cavallo che l’erba, la nostra, cresce. Abbiamo la consapevolezza di essere depositari di straordinarie bellezze storiche e paesaggistiche. Qualcuno ne vuole godere? Qui bisogna approdare. Però il teorema ha un punto debole. Proprio quella crescita che pensiamo automatica, esponenziale per il solo fatto di esistere, rappresenta la falla del ragionamento. Tutto ciò che si ha va conosciuto, tutelato, curato, rispettato. Ecco allora giungere lo sviluppo, il domani, l’evoluzione. Avere una città di menti monotone, sicure della propria arroganza, è avvilente. La cattiva serietà è contagiosa. Chi può salvare la nostra erba? Alcuni indicano un nutrito gruppo di mammiferi intellettuali, pronti a brandire l’indice, a snocciolare vademecum sul bene e sul male; altri suggeriscono di scovare le ultime briciole di buonsenso, custodite nell’italico codice genetico, che rende vispi, carnali, rispettosi. «Io non so se l’erba campa e il cavallo cresce, ma bisogna avere fiducia», parola di Totò.