Il giovane Antonio aveva due certezze: l’irrefrenabile voglia di recitare e l’inseparabile cappotto. Quel viso asimmetrico, quell’anima malinconicamente mediterranea non si abbatteva dinanzi alle difficoltà degli inizi. «Farò l’attore – ripeteva a se stesso – alla faccia di chi mi vuole male». Pronunciava la frase sottovoce, ogni mattina, lungo il percorso che lo portava al Caffè Canavera, in piazza San Silvestro, a Roma, dove si riunivano gli attori. Lì, con un pizzico di buona sorte, poteva essere agguantata una particina.  Nel sacro mondo dell’arte, Antonio aveva assistito a tante sconfitte: giovani di belle speranze, alla ricerca di fama e applausi, ritornare al proprio paese senza una lira e con un’armatura di bugie. Ma lui, figlio del ventre di Napoli, dove le risate e lo sberleffo aiutavano a sopravvivere, aveva un lampo che lo rendeva forte dinanzi a quei giorni trascorsi nell’attesa.  E in quel periodo, Antonio indossava sempre il suo lungo cappotto, bavero ampio, tasche capienti. Anche quando era in ambienti chiusi, dinanzi alla frase: «Prego, mi dia il cappotto», il tenace cuore napoletano rispondeva: «No, grazie. Io sto bene così». Un giorno, quando Totò aveva già calcato il palcoscenico del teatro Jovinelli, l’amico barbiere, Pasqualino, non frenando più la curiosità, domandò: «Ma come mai avevi sempre indosso quel cappottaccio?». «Io tenevo le pezze al culo e le dovevo nascondere», rispose il principe della risata. «Anzi, ai miei calzoni mancava l’intero fondo. Per essere chiaro, Pasquà, tenevo le mutande di fuori». Eppure, quando Antonio ormai vestiva con abiti su misura e abitava nel lussuoso quartiere dei Parioli, quei giorni al caffè Canavera erano sempre nella sua memoria. Incancellabili lezioni di nobile umiltà. All’affollatissimo funerale di Antonio, campeggiava una corona di fiori, firmata dai facchini della stazione Termini di Roma. Loro lo ricordavano bene il principe, quell’anima che aveva patito la fame dava diecimila lire per ogni valigia portata.