Che cosa fa della rassegnazione un mare senza vento? Forse quel pensiero quotidiano che stabilisce un principio del vivere apatico, ovvero che il cambiamento spetta agli altri. Noi, confessiamolo, abbiamo la vocazione dello spettatore. Intanto, la vita scorre e il malumore sale, in silenzio, come un termometro che non bada alla temperatura, ma a preservare il proprio mercurio. La maleducazione, l’inciviltà, l’arroganza, la dignità imbrattata, la storia mortificata appartengono alla lista del fiele quotidiano. Eppure, quello strisciante virus dell’adattamento (al peggio) diventa invincibile. «A questo mondo vi è poca gente che si rassegna a perdite piccole; sono le grandi che inducono immediatamente alla rassegnazione» scriveva Italo Svevo. In questo settembre al sapore di svogliato ritorno, riprendiamo a sgambettare per le strade con il malumore di sempre, con un senso di genetica impotenza. Ci concediamo un sommesso borbottio, un fonema d’immobile irrequietezza, un malessere da ricacciare in fondo al respiro, all’ombra del solito pensiero: la speranza è l’ultima a morire in questo mare senza nuove rotte, in questa città da guardare, come ogni bravo spettatore sa fare.