Quanta speranza bisogna agganciare all’uncino della stadera per bilanciare il fardello dei funesti accadimenti? La soluzione al quesito la fornisce il vivere quotidiano, sin dai tempi antichi. I romani la collocarono tra le divinità. Spes ultima dea, l’estrema risorsa disponibile al genere umano. E proprio la condizione di ultimo confine detta, per così dire, il quantitativo. In sostanza, non occorre lesinare, ma scolpirla bella grande nei minuti che avvolgono il problema. La speranza si accompagna a verbi di grande soavità come nutrire, infondere oppure di marcata risolutezza: avere, abbandonare, perdere. Ha persino un colore preferito, il verde. È virtù teologale. Spesso si sporge alla finestra per dare giudizi: che giovine di belle speranze; tutte le speranze del paese sono naufragate. Gode anche di diminutivi: gli esseri umani amano dispensare dolcezza, di tanto in tanto. Ecco sentire o leggere: speranzina, speranzuola, speranzella. Quest’ultimo fa venire in mente il nome di una bambina napoletana del quartiere Porto. I suoi piccoli e vispi occhi si adagiavano su tutto e tutti, con quella curiosità e sete di vita che solo un’anima bianca possiede. E proprio il bianco era il suo colore preferito. L’azzurro lo aveva sempre davanti allo sguardo: mare e cielo. Neri erano i suoi capelli, rossa la maglietta preferita, bionda l’unica bambola che cullava tra le mani. Nei suoi semplici e preziosi pensieri, il bianco puro lo possedeva solo la neve. Forse per il racconto di quella piccola venditrice di fiammiferi, somministrato almeno una volta al mese dalla nonna materna ai nipoti; forse per le memorie del gelido inverno russo, balbettate almeno una volta alla settimana dal nonno paterno a tutta la famiglia; forse perché Speranzella era semplicemente una bambina affascinata da tutti i colori del mondo. Un freddo giorno di febbraio, Speranzella, naso attaccato al vetro, guardò il vicolo deserto e pensò: “Non vedrò mai la neve. Qui, o piove o splende il sole”. Il sorriso che ravvivò le labbra imbronciate della piccola fu portato da un piccolissimo soffio di speranza: “Arriverà il giorno che incontrerò i fiocchi bianchi”. In quel preciso istante, procedendo a zig zag, un piccolo immacolato batuffolo attraversò l’aria. Poi un altro e un altro ancora. La bambina urlò: “Nevica!”. In pochi minuti, la città, in quel febbraio del 1956, fu ricoperta da un soffice manto di candore. Quanta speranza bisogna agganciare all’uncino della stadera per bilanciare il fardello dei funesti accadimenti? Oggi, Speranzella ha 62 anni e alla domanda risponde con un eloquente, splendido sorriso.