Il pittore padroneggia il chiaro e lo scuro, sperimenta le tonalità, imprime energia o morbidezza alle sue rappresentazioni. Nello stesso modo agisce lo scrittore. Le parole diventano tinte, sfumature, luci, ombre. La scelta condiziona l’opera, lo stile, l’emozione del lettore. Di sicuro, è questione di allenamento, di ricerca, di verifica.

Nelle notti di marzo l’acqua del Tevere ancora non assorbe la luce delle migliaia di fanali che da Ponte Milvio si sgranano fino a San Paolo: acqua e luci sono divisi da un leggero strato di freddo. In qualche sera, precocemente tiepida, si intravede quello che sarà il prossimo accordo tra la corrente e i lungoteveri, nella purezza della primavera. Il paesaggio buio – aria e acqua – punteggiato da luci in interminabili file ricurve, e arabescato dal buio più fitto degli alberi cittadini… e allora, svanito lo strato di freddo, circola tra fiume e fanali un’aria tenuissima, impalpabile, tutta trasformata in odore.

Alì dagli occhi azzurri di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) offre una preziosa architettura letteraria. Nessuna forzatura. Le parole scorrono leggere, morbide, quasi a carezzare il lettore. I fanali “si sgranano fino a San Paolo”, il paesaggio “arabescato dal buio più fitto degli alberi”. Immaginate il testo con altre parole: i lampioni “si susseguono” e il paesaggio è “decorato”. Certo, la semplicità offre una visione nitida. Ma la fantasia necessita di emozione, e solo alcune parole, in un determinato contesto, colpiscono il nostro sentire, aiutano a scorgere i dettagli. Ancora un esempio, Gli anni perduti di Vitaliano Brancati (1907-1954).

Un giorno di settembre, Leonardo Barini lasciò Roma, ove dirigeva la rivista letteraria Campoformio, e fece ritorno a Natàca, città Mediterranea e sua città natale. A Roma, aveva sofferto di vertigini e capogiri, la salute s’èra guastata. Ma sarebbero bastati venti giorni di riposo e di dieta in seno alla famiglia, per guarirsi completamente. Senza dubbio si trattava di una cosa da nulla. Fra venti giorni, sarebbe ripartito per Roma.

“La salute s’era guastata”, sì, proprio come un ingranaggio. Non avrebbe reso meglio l’idea con un altro termine. Il colore è quello giusto. Le parole servono allo scrittore per tratteggiare, lasciare campo all’immaginazione, ma non troppo. Quel piccolo segno scritto deve colpire nel centro. Essere allo stesso tempo scrigno e particolare. Senza divagazioni superflue. In breve, dobbiamo creare piccole istantanee per il lettore. In quelle microscopiche immagini deve esserci il tutto e il giusto necessario per accendere quello che lo psichiatra e filosofo francese Jacques Lacan chiamava l’universo “simbolico”, rappresentato dal linguaggio e dalla sua valenza sociale. Gustave Flaubert, l’autore di Madame Bovary, diceva: “Qualsiasi cosa si voglia dire c’è solo una parola per descriverla, un verbo per animarla e un aggettivo per qualificarla. Si devono cercare quella parola, quel verbo, quell’aggettivo, senza mai accontentarsi, senza ricorrere ad alcun tipo di espediente per quanto ingegnoso, o a giri di parole che permettano di scansare la difficoltà”.

Arrivava gente trafelata; barili, cordame, ceste di biancheria intralciavano il passaggio. I marinai non davano retta a nessuno; ci si urtava. I colli venivano issati a bordo fra i sue tamburi delle ruote. Il baccano si disperdeva nel fruscio del vapore che, sprigionandosi dalle lamiere, ammantava tutto di una nube biancastra. La campana di prua martellava senza posa. Finalmente il battello partì; e le due rive, disseminate di magazzini, di cantieri e di officine, sfilarono via svolgendosi come due larghi nastri[1].

Le parole di Flaubert (1821-1880) in L’educazione sentimentale ben rappresentano il concetto espresso dallo scrittore francese: “il baccano si disperdeva nel fruscio del vapore”; “la campana di prua martellava senza posa”; “le due rive […] sfilarono via svolgendosi come due lunghi nastri”. La scelta delle parole giuste è arte. Occorre tempo, sensibilità, melodia. Ogni luogo e personaggio ha le sue, morbide o taglienti, vellutate o aspre. Quelle e solo quelle. Fate nascere d’istinto verbi e parole, poi rileggeteli, notate la musicalità, la scorrevolezza, la completezza. Chiedetevi se esiste un termine o un verbo che sia ancora più definito per quella scena, per quel personaggio. La vostra storia richiede velocità o un passo normale? In entrambi i casi la scelta dei sostantivi, dei verbi, degli aggettivi – pochi mi raccomando – diventa una vera caccia al tesoro. Svegliate il lettore, conducetelo nel bosco dell’immaginazione, fate leva sulle suggestioni. La storia può richiedere un’evoluzione decisa, ma pittorica, dal gusto ottocentesco, come in Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro (1842-1911).

Soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciar le nubi grigie, pesanti sui cucuzzoli scuri delle montagne. Infatti, quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravano qua e là, sino all’opposta sponda austera del Doi, un lingueggiar di spume bianche. Ma giù a ponente, in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio di calma, una stanchezza dellabreva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo di pioggia.

Oppure volete un linguaggio asciutto, moderno, parole acuminate, nella loro semplicità, come in Certi bambini di Diego De Silva.

Rosario prende le sigarette dal comodino e torna alla finestra. In un angolo, una cosa sola con la finestra, la signora Assuntina, seduta, sbuccia. Quando affonda le mani nella bacinella che tiene sulle ginocchia sembra aggiungere un nome a una lista. Rosario si accomoda la faccia nella mano e senza voglia posa lo sguardo in direzione sua. Ricorda una leggenda di cortile con la memoria piena di voci. Parlano tutte assieme, peggio di una messa, la parrucchiera soprattutto interferisce (racconta dal balcone, ‘ma tu hai capito’, intercala; dalla gonna ogni tanto sbuca poco poco di sottana; e con chi parla: Adele la figlia della portiera, forse?).

Ed ancora. Parole e verbi teneri, che descrivono un risveglio, quello di Betty , autore Georges Simenon (1903-1989).

Ebbe un battito di ciglia, ma le sue palpebre non si aprirono abbastanza da lasciar penetrare le immagini. Nello stesso tempo dalle labbra le scomparve la smorfia imbronciata, e con un gesto pigro, impreciso, la sua mano scostò i capelli che le coprivano quasi tutto il viso e le solleticavano la guancia. Rifiutando di svegliarsi, si rannicchiava in se stessa, cercava il conforto del proprio calore, del proprio odore, dello scorrere del sangue nelle vene, del ritmico passaggio dell’aria nelle narici, che si contraevano a ogni inspirazione.

Insomma, usate le parole “piene”, che – nel paesaggio narrato – primeggiano all’orizzonte, che danno il senso dell’energia, della materia, della vita. Giocate con i sinonimi, usate quello che da’ vigore alla vostra istantanea. Un pizzico di luce? Scegliete: chiarore, bagliore, lampo, baleno, folgore, barlume, riverbero. Qualunque sia la fonte, individuate la vostra di luce e puntatela sull’ambientazione, sul personaggio, sul pensiero. Certo, alcune parole sono quelle e basta. Il cuore nel petto è cuore. Ma se vogliamo donare ciò che nasconde il battito, allora diverrà: sentimento, bontà, sensibilità, umanità, compassione, pietà, generosità, impulso, emozione. È ovvio, anche il “gioco” del sinonimo va affrontato con moderazione. In campo, con il tempo, entrerà la vostra sensibilità, l’osservazione, la capacità di sintesi. Ricordate, pochi tratti rendono il quadro essenziale, limpido nella memoria del lettore. L’importante è darsi tempo, anche se non troppo. Stephen King nel libro On Writing. Autobiografia di un mestiere, racconta un aneddoto su l’autore di Ulisse: “Un giorno, un amico trova James Joyce riverso sullo scrittoio, in atteggiamento di profonda disperazione:

– James, che cosa c’è che non va? È il lavoro?.

James asserì, senza nemmeno alzare la testa.

– Quante parole hai scritto oggi?

– Sette.

– Sette? Ma James … è ottimo, almeno per te!

– Suppongo di sì, ma non so in che ordine vanno[2].

© 2011 giovanni leone


[1] Traduzione di Giuseppe Pallavicini Caffarelli.

[2] Traduzione di T. Dobner.