Persino Picasso si lasciò avvolgere dalla napoletanità in maschera. Le sue mani disegnarono Pulcinella, il goffo e astuto popolano, servitore quando vuole, padrone di facezie fino allo sfinimento, protagonista di un’oleografia d’annata. Nel suo camicione bianco, storpia il nobile parlare, disegna piroette, lancia sassolini d’antica verità. Quel candido vestito non può ingannare. Il suo animo è tutt’altro che immacolato. Certo, nulla di grave, qualche malandrinata figlia della sopravvivenza. Maschera nera a coprire il viso, due lampi per occhi, gesti veloci, lingua rapace. Abbraccia l’uomo e la donna di Partenope, li tiene stretti, in un valzer interminabile. Lui e lei cedono a quel piroettare, ma non si privano di reciproci sguardi sorpresi. Uno sgomento di scena, una meraviglia virtuale, perché ben conoscono quel maestro di danze e il suo modo di vivere. Ma è bello mostrare umano sbalordimento dinanzi a quel fascino a buon mercato. Parole, gesti, promesse: Napoli vuole credere all’esercito dei Pulcinella. Fa comodo. Fa vita. Fa piatto di pasta. Troppa fatica per scalare l’albero della cuccagna. Ormai, Pulcinella popolano è del popolo. Nessun simbolo, nessuna allegoria, solo un sano camuffarsi, seguendo il momento, il giorno, la pioggia. E in questo andirivieni meteorologico, ogni minuto Carnevale parla, racconta le storie del bene e del male. Che l’allegria sia con noi! Eppure, in un antro nascosto della città, impreziosita dalla polvere del tempo, giace la maschera di Pulcinella, quella vera, quella che non ha mai voluto essere simbolo, ma solo provocazione e ingegno, malinconia e sorriso, uomo e donna. Quelle rughe, quel naso adunco non hanno mai deciso la musica da ballare. Non hanno mai scelto il viso da coprire. Pulcinella è una maschera seria, appartiene allo scherzo.