ARTICOLO FINALISTA AL PREMIO
“MARIO SOLDATI” 2014.

Sono giorni di promesse e polemiche, di amarcord e melodie catodiche, d’indici d’ascolto e pensieri mignoli, di ricette ipercaloriche e anemie tricolori, di proteste e contese, di santi e naviganti, di poeti e rancorosi. Ma soprattutto di parolacce, dette, ridette, affrescate e oscurate, messe all’indice e poi riabilitate. Il popolo del quandocivuolecivuole si destreggia in uno slalom gigante, tra le granitiche bandierine dei puristi e la neve fresca dei moralisti. La coltre bianca, come sospiravano gli antichi letterati, fa proprio al nostro caso. I Sami vivono nel nord Europa, tra la penisola di Kola e la Norvegia centrale, nella regione della Lapponia. Ebbene, gli affascinanti allevatori di renne usano ben 300 parole diverse per indicare la neve, l’elemento con il quale convivono gran parte della loro esistenza. E noi, a che cosa dedichiamo tanto onore verbale? La risposta l’ha fornita il giornalista e scrittore Vito Tartamella. Dopo un’attenta analisi del Dizionario storico del lessico erotico di Valter Boggione e Giovanni Casalegno, il massimo studioso italiano di parolacce ha stabilito che gli abitanti dello stivale ne usano 3.163 per definire il sesso, dal goliardico al triviale. Nella maggior parte dei casi, sono termini bollati come volgarità, usati per offendere, strappare un sorriso proibito, discriminare, sfogare l’ira o il malumore, la tristezza o l’esuberanza, lo sconforto o la voglia di stupire. «Il sesso è una delle pulsioni fondamentali dell’uomo», spiega Tartamella. «È una spinta verso la sopravvivenza, come per i Sami è fondamentale sapere che tipo di neve ci sia nell’ambiente, per potersi adattare. Inevitabile, quindi, che il sesso animi gran parte dei nostri pensieri e delle nostre emozioni». Inoltre, è un campo che partorisce ansie, tabù. Ed è anche un mistero: «la spinta verso il futuro e l’eternità attraverso la riproduzione». Dunque, il 49, 2% delle parolacce made in Italy sono di origine sessuale, l’altra metà del frutto proibito accoglie insulti contro comportamenti, origini etniche o sociali, difetti fisici o mentali. Insomma, al di là di analisi sociologiche, si spazia in lungo e in largo, senza farsi remore, senza mettere in atto, il più delle volte, quella briciola di autogestione comportamentale. Inoltre, con la diffusione dei mezzi di comunicazione, ognuno ritaglia la propria sfera verbale, spesso inneggiando alla libertà di espressione o di una moralità prêt-à-porter.

NON È IL COSA MA IL COME. Non si vuole affrontare lo spinoso diritto alla parolaccia, quella pronunciata da ognuno di noi in determinati frangenti di esasperazione o di sgangherata euforia, ma sottolineare lo sbandieramento del turpiloquio perché cosìfantutti, perché siamofatticosì. E preferiamo discutere sulle parolacce di Luciana Littizzetto nel corso delle serate sanremesi, piuttosto che argomentare sui beceri alterchi da osteria riprodotti da alcuni parlamentari italiani. La comicità dell’attrice torinese può essere criticata, non approvata, persino snobbata, ma è un canovaccio costruito negli anni, portato al successo anche da coloro che ora fanno la parte del pubblico risentito, i paladini delle fasce televisive protette, dove spesso troviamo atteggiamenti ancora più violenti di una parolaccia. L’educazione alla cultura è ben altro. Si beve a piccoli sorsi da chi ti sta vicino e si prende la responsabilità di guidarti. E lungo il cammino ti spiega il senso, il valore, il peso, la potenza delle parole, nella quotidianità, nella letteratura, nel cinema, in televisione. Occorre far comprendere alle nuove generazioni la differenza tra una cattiva parola, prodotto dell’umana convivenza, e la parola cattiva scoccata da un nickname per colpire a sangue una fragile esistenza, fino alle tragiche conseguenze. Un testo letterario farcito di pesanti vocaboli necessita una spiegazione. «L’adibizione a strumento stilistico di materiale basso (o comunque estraneo alla scrittura letteraria convenzionalmente intesa), quando riuscita», spiega lo studioso Luigi Matt, «è viceversa un’operazione che richiede un notevole controllo sui ferri del mestiere di prosatore». Il turpiloquio è sempre esistito, sin dagli albori dell’umanità. Persino Francesco d’Assisi (1182-1226) cedette alla tentazione verbale. Nei Fioretti si scaglia con livore contro il demonio. Parolacce e allusioni poco garbate s’annidano negli scritti di Catullo (Verona 84 a.C.-54 a.C.), Dante Alighieri (1265-1321), Jacopone da Todi (1233-1306), Guido Cavalcanti (1258 -1300), Giovanni Boccaccio (1313-1375), Ludovico Ariosto (1474-1533), Pietro Aretino (1492 -1556), Torquato Tasso (1544-1595), Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863). Sarà il lettore a decidere se proseguire o chiudere il volume. Sarà lo spettatore a decidere se The wolf of Wall Street di Martin Scorsese resterà negli annali del cinema solo per le 687 parolacce, quasi 4 al minuto, o per l’intensità della storia e per la bravura di Leonardo di Caprio; se comprendere il rapporto tra il tempo e il linguaggio, assolvendo «Non me ne frega un accidente» pronunciato da Clark Gable in Via col vento (1939) o se sorridere e basta all’ascolto delle parolacce – 2 minuti e 15 secondi – di Roberto Benigni in Berlinguer ti voglio bene (1977). Di sicuro, molte famiglie italiane hanno riso alla visione di Totò e Carolina, pellicola di Mario Monicelli, girata tra il 1952 e il 1953, ma uscita nelle sale nel 1955. Eppure, quel film, sceneggiato da Age, Furio Scarpelli, Rodolfo Sonego e lo stesso Monicelli, è il lungometraggio italiano più censurato della storia del cinema italiano. «Se a un comico tolgono la possibilità di fare la satira che gli resta?» sospirò Antonio De Curtis. «Al film migliore che ho interpretato, Totò e Carolina, hanno fatto 82 tagli […]. Hanno persino voluto la soppressione del nome del mio personaggio che si presentava dicendo: Caccavallo, agente dell’Urbe». La censura dell’epoca liquidò l’opera così: «Pur sotto l’influsso di un affettuoso realismo nostrano, si è concentrato tutto il fuoco della vicenda sulla figura macchiettistica di un nostro agente di PS, aspirante alla promozione a brigadiere, che, per una sua gaffe dovuta a eccesso di zelo, si trova impelagato in tutta una serie di peripezie che, pur denotando un certo substrato umano, sembrano destinate più a solleticare il riso della platea che a suscitarne un’autentica commozione. […] L’attuale lavoro è tutto imperniato sulla figura pignolesca, gretta e ignorante di un agente di pubblica sicurezza […] il nulla osta per le pellicole da rappresentarsi in pubblico non può essere rilasciato quando si tratti della riproduzione di scene, fatti e soggetti offensivi del decoro e del prestigio delle istituzioni o autorità pubbliche, dei funzionari e agenti della forza pubblica…».

IL DOVERE DEI COMMEDIANTI. Il comico George Carlin (New York, 12 maggio 1937 – Santa Monica, 22 giugno 2008) aveva fatto dell’irriverenza il suo marchio di fabbrica. Acuto osservatore della società americana, offriva monologhi spietati, con un linguaggio diretto e senza vie di scampo, come solo la satira pura può permettersi. «Io penso che sia dovere dei commedianti scoprire dove la linea è tracciata e superarla» era solito dire. A lui si deve il famoso sketch, negli anni settanta, Seven Words You Can Never Say in Television, sette parole sconce che non si possono dire in Tv. Nel 1972, durante uno spettacolo, Carlin finì in manette per la volgarità dei suoi monologhi. Inoltre, nel 1973, un padre presentò una denuncia presso la Commissione Federale delle Comunicazioni: suo figlio aveva ascoltato Seven Words alla radio. L’emittente fu citata in giudizio, accusata di aver infranto le regole sull’utilizzo del linguaggio osceno. Nel 1978, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò che le parole di Carlin erano volgari ma non oscene. Alla sua morte, il New York Times definì Sette parole che non si devono dire in televisione un punto di riferimento nella storia della libertà di parola. L’attore americano non partorì solo sulfuree osservazioni sul linguaggio. Pensieri dopo l’11 settembre rappresenta la profonda analisi di una società smarrita. Vale la pena leggerli, anche per riflettere sul potere delle parole. Ma la satira, rivendica il diritto all’eccesso, alla creazione di uno specchio non deformante. L’immagine riflessa deve apparire in tutta la sua spietata realtà, senza operare sconti. Lo pensava anche Lenny Bruce, nome d’arte di Leonard Alfred Schneider (New York, 13 ottobre 1925 –Hollywood, 3 agosto 1966), acclamato e imitato protagonista della comicità a stelle e strisce, icona della “controcultura” degli anni ’60 e ’70. L’ipocrisia del linguaggio fu al centro di numerosi suoi monologhi: «Non puoi mica scrivere “tette e culi” su un’insegna. Perché no? Ma perché è volgare, è sporco, ecco perché. Le tette sono sporche e volgari? No, non mi prendi in trappola: non son le tette, sono le parole. Le parole. Non si scrivono certe parole, dove anche un bambino può vederle. Il tuo bambino non ha mai visto una tettina? Non ci credo. Credo invece che per te siano proprio le tette ad essere sporche. Mettiamo che l’insegna dica “seni e sederi”. Va già meglio». Alle critiche rispondeva: «Se qualcosa del corpo umano vi disgusta, prendetevela col produttore». Il 3 agosto del 1966, il comico statunitense fu trovato morto per overdose nel bagno della sua casa, a Hollywood. Soltanto il 3 dicembre del 2003, dopo 37 anni dalla scomparsa, fu cancellata l’accusa di oscenità. La vita sregolata di Bruce fu narrata anche sul grande schermo, nel film Lenny (1974), diretto da Bob Fosse e interpretato da Dustin Hoffman.

INIZIO DELLE TRASMISSIONI. Alle 11 di Domenica 3 gennaio 1954, le annunciatrici Fulvia Colombo da Milano e Nicoletta Orsomando da Roma comunicarono alla nazione la nascita delle trasmissioni televisive della Radio Audizioni Italiane S.p.A. (l’attuale denominazione, Radiotelevisione Italiana, arriverà tre mesi dopo, il 10 aprile). Ma saranno solo in pochi ad assistere allo storico annuncio. Infatti, il segnale dell’emittente di Stato raggiungerà tutte le regioni italiane il 24 gennaio 1957, con l’entrata in funzione del trasmettitore di Pescara. Inoltre, un apparecchio tivù 17 pollici costava circa 160mila lire e l’abbonamento annuale alle trasmissioni 15mila lire. Cifre consistenti per una famiglia italiana: un impiegato medio guadagnava circa 50mila lire al mese. Il primo menù televisivo offrì anche Arrivi e partenze, condotto da un giovane presentatore italo-americano, Mike Bongiorno, con la regia di Antonello Falqui; un telegiornale, trasmesso da Milano, speaker Riccardo Paladini; il messaggio ai telespettatori di Cristiano Ridomi, presidente Rai. Il discorso dell’alto dirigente anticipa la linea linguistica che verrà seguita: «Noi pensiamo a un’Italia più prospera e più serena dove le città non addensino le abitazioni del centro ma le dilatino verso l’ariosa periferia che confina con la campagna, un’Italia dove tutti abbiano una casa in cui possano raccogliersi e dove la televisione sostituisca il focolare di un tempo».

IL LINGUAGGIO DELLA TERRA. In sessanta anni di vita, la televisione italiana ha avuto solo due spettatori certificati, modellati in nome dell’equità geografica e del divario socio-temporale: il contadino calabrese e la casalinga di Voghera. Alla nascita delle trasmissioni, ecco spuntare l’agricoltore meridionale, dai modi genuini e pratici, avvolto dall’idioma regionale, incatenato ad un’atavica ignoranza. Per un simile spettatore, forgiato in maniera ostica e complessa, occorreva un linguaggio semplice, corretto, affabile, colloquiale. In breve, necessitava tararsi sul basso per arrivare a milioni di spettatori, persino al raffinato intellettuale. Le parole volteggiavano sicure, grazie ad una armonia irreprensibile, ad una coreografia elementare ed efficace. In breve, l’ipotetico telespettatore agreste divenne l’incubo di numerosi autori televisivi, fino a diventare protagonista di scenette comiche, come in Il contadino di Poggio Versezio, gag ideata da Italo Terzoli ed Enrico Vaime per Raimondo Vianello. Anche se la rurale anima del Mezzogiorno – a casa o all’osteria – insaporiva la faticosa quotidianità con colorite imprecazioni, i censori della tv, novelli precettori, non ammettevano la divulgazione via etere di parolacce, doppi sensi e immagini sconce. Insomma, fu messo al bando tutto ciò che poteva destrutturare il potente e cattolico condominio scudocrociato. Furono vietate espressioni come mostrare le proprie grazie, membro del parlamento, membri della Chiesa, in seno alla commissione, godimento dei diritti, bandite parole come alcova, amante, amplesso, carnalità, lussuria, orgasmo, parto, prostituzione, talamo, vizio, verginità. Nei varietà, le ballerine non dovevano mostrare la pelle delle gambe: le gemelle Kessler furono costrette ad usare pesanti calzamaglie nere. Il 29 novembre 1956, durante il varietà La piazzetta, l’attrice Alba Arnova si esibì in un edulcorato ballo. Indossava un calzamaglia di colore rosa. A causa del bianco e nero, le gambe sembrarono nude. Dopo numerose interrogazioni parlamentari e dogmi sulla moralità, enunciati dalla Città del Vaticano, lo spettacolo venne sospeso e l’artista – aveva già preso parte a ben 25 film – allontanata dalla televisione. Il 20 settembre del 1958, il giornalista Ugo Zatterin, primo commentatore politico del telegiornale nazionale, autore di memorabili inchieste e famoso moderatore delle tribune politiche negli anni settanta, improvvisò un capolavoro di retorica per dire ciò che non si poteva dire: l’approvazione della legge Merlin che sanciva la chiusura delle case di tolleranza. All’Italia catodica del dopoguerra – chissà a quella rurale – non spaventavano solo le parolacce o le presunte volgarità, ma anche il trasparente linguaggio comico, soprattutto quando prendeva di mira gli intoccabili. Nel 1959 ne fecero le spese Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, mattatori di Un due tre. I due attori offrirono al pubblico televisivo una candida presa in giro del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Il Capo di Stato, durante una serata di gala alla Scala di Milano, in compagnia del Presidente francese Charles de Gaulle, non centrò la sedia e cadde rovinosamente. L’umorismo sul capitombolo presidenziale non fu gradito e il varietà venne sospeso. Ed ancora. Nel 1960, Enzo Tortora – reo di aver ospitato in una sua trasmissione l’imitazione del politico Amintore Fanfani da parte di Alighiero Noschese – fu esiliato dal piccolo schermo per ben dieci anni. Due anni dopo fu la volta di Dario Fo e Franca Rame. La sicurezza sul lavoro divenne l’argomento scandalo. Bastò uno sketch per scatenare interrogazioni parlamentari e valanghe di articoli sui giornali. Marito e moglie furono costretti, dopo sette puntate, ad abbandonare la conduzione di Canzonissima.

LESSICO FAMIGLIARE. Dopo qualche anno di morigerati monoscopi e antenne tra le nuvole per sancire la fine delle trasmissioni, nel 1966 si cambiò latitudine e sesso, il diploma di spettatore modello venne consegnato – in base ad una ricerca del Servizio Opinioni della Rai – nelle operose mani della tranquilla massaia di Voghera, tutta casa e chiesa, attenta all’economia domestica e alle offerte della pubblicità, ma non proprio ferrata nel linguaggio dell’informazione e della politica. Il lessico non cambiò: diretto, curato, a volte noioso, mai corrotto e volgare. La promozione del miglioramento culturale dominava ancora la scena, ma la televisione mostrava segni di cambiamento. In breve, dall’istruzione della semplice anima agricola, ferita dalla guerra, si migrò verso le terre del consumismo. Si vararono nuovi progetti d’intrattenimento come Rischiatutto (1970) di Mike Bongiorno, i varietà Dove sta Zazà (1973), con Gabriella Ferri, Milleluci (1974), con Mina e Raffaella Carrà, Tante scuse (1974), con Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Furono anche gli anni del primo talk show della tv italiana, Bontà loro di Maurizio Costanzo, e delle prime maratone domenicali: Domenica in (1976) di Corrado e, sulla rete 2, L’altra Domenica (1976) di Renzo Arbore. Continuava la tradizione dei grandi sceneggiati televisivi: I Promessi Sposi (1967) per la regia di Sandro Bolchi, Odissea (1968) con Bekim Fehmiu, I racconti di padre Brown (1970), interpreti Renato Rascel e Arnoldo Foà, Le avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini, Sandokan (1976) di Sergio Sollima. Nel 1975, avvenne il battesimo della riforma della Rai: la televisione di Stato passò dal controllo del governo a quello del Parlamento. Un’apposita commissione aveva il compito di nominare i membri del Consiglio di Amministrazione. La reale svolta giunse l’anno successivo. Il 28 luglio del 1976, la Corte Costituzionale limitò il monopolio della Radiotelevisione italiana e consentì l’installazione e l’esercizio di impianti di diffusione radiotelevisiva in ambito regionale. Sbocciarono le emittenti locali. Il linguaggio subì le prime modifiche, ma nulla di significativo: parolacce e insulti erano rigorosamente banditi. Furono le immagini a concedere di più. L’Italia scoprì le concrete fattezze delle ballerine. La prima imprecazione della tv tricolore fu pronunciata da Enzo Maiorca. Il 22 settembre 1974, nelle acque della baia di Ieranto, sulla costiera sorrentina, lo sportivo tentò di stabilire un nuovo record mondiale di immersione in apnea. L’evento fu trasmesso in diretta. Durante la discesa, l’esperto sub andò a sbattere contro Enzo Bottesini, istruttore subacqueo, ex campione del telequiz Rischiatutto e inviato della Rai. Una volta ritornato in superficie, Maiorca si lasciò andare a una sequela di colorite imprecazioni. Risultato? Polemiche e conseguente esilio dello sportivo dalla realtà catodica. Ma le alte fiamme dell’indignazione si sollevarono qualche anno dopo, nel 1977, anno dell’insediamento di Paolo Grassi, fondatore del Piccolo Teatro di Milano, alla presidenza della Rai, e della messa in onda del Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Sul piccolo schermo riapparve Dario Fo con Mistero buffo, serie di monologhi su alcuni episodi biblici. Il vaso di Pandora esplose: proteste dei cattolici e del Vaticano, denunce, interrogazioni parlamentari. Il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano, si scagliò contro la mancanza totale di rispetto per la religione, sostenendo che tra lo sceneggiato di Franco Zeffirelli e «il teatrino del venerdì sera c’è tanta differenza quanta ce ne può essere tra un concerto sinfonico e una canzonaccia da osteria». Ancora una volta,  furono le parole, irrispettose messaggere di presunta grossolanità, e non gli insulti veri e propri, a spaventare il democratico Bel Paese. Anche Roberto Benigni subì l’accusa di scarso rispetto nei confronti della Chiesa. Nel 1980, il comico toscano, durante il Festival di Sanremo, pronunciò: «Woytilaccio», riferito a Papa Giovanni Paolo II. L’espressione mandò su tutte le furie i vertici della Rai. Un’autentica bestemmia venne pronunciata il 22 gennaio del 1984, durante la trasmissione Blitz di Gianni Minà. Il colpevole fu Leopoldo Mastelloni, in collegamento da Lido di Camaiore. Denunciato e allontanato dal piccolo schermo, l’attore napoletano fu assolto dal Pretore di Viareggio, con la formula “il fatto non costituisce reato”, che sottolineò la mancanza di dolo nel pronunciare le parole incriminate. Sarà poi la volta di Beppe Grillo, esiliato dal piccolo schermo nel 1986. E non per turpiloquio (i suoi vaffa giungeranno molti anni dopo). Durante un monologo, l’attore ligure attaccò duramente i socialisti. Nello stesso anno, altre parole si trasformarono in pietra dello scandalo. Il trio comico Marchesini – Solenghi – Lopez portarono in tv una parodia dell’Ayatollah Khomeyni, capo spirituale e politico dell’Iran. Scoppiò l’incidente diplomatico. La vicenda fu messa a tacere in breve tempo e i tre, forse grazie allo spirito di bandiera, non subirono evidenti punizioni. Negli anni Novanta, la tv offrì maggiore tolleranza. Il linguaggio diventò di sicuro meno aulico, un po’ sgangherato, più godereccio. Nel 1991, Roberto Benigni, ospite di Fantastico 12, padrona di casa Raffaella Carrà, propose un monologo sessual-politico. Tutta l’Italia rise, e le annunciate polemiche non andarono in scena. Lo Stivale apparve cambiato. La salvezza dell’italico idioma non sembrò minacciata da una manciata di allusioni, doppi sensi, sbiaditi sgarbi: parola della televisione, pubblica e privata. A fare paura, invece, era sempre quella lettera di troppo, quel vocabolo fuori bilancia che portava a trasformare un “novello focolare” in  “televisione criminale”. La politica continuava a dettare le regole dell’indignazione. Nel 2001, i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro, insieme con il comico Daniele Luttazzi furono allontanati dal piccolo schermo e le loro trasmissioni furono sospese. Al centro della polemica l’uso di un linguaggio, giornalistico e satirico, troppo critico e fuorviante (per l’opinione pubblica?). L’anno dopo, il programma Blob, mise in cantiere quattro trasmissioni speciali sul Presidente del Consiglio: ne andarono in onda tre. La quarta fu risucchiata dalle polemiche. Nel 2003 – dopo la prima puntata – venne sospesa la trasmissione Raiot di Sabina Guzzanti: la satira contro il governo fu giudicata troppo energica. Nello stesso anno, all’attore Paolo Rossi fu impedito di portare in tv un brano di un suo spettacolo teatrale: lo storico discorso di Pericle. Le parole pronunciate oltre 2500 anni prima furono giudicate troppo allusive.

FINE DELLE TRASMISSIONI. Non credo nella funzione educativa della censura, ma nell’educazione sociale di un popolo, nella reale libertà di pensiero e di critica, nella satira argomentata e nella comicità istintiva. A chi giova mescolare la parolaccia, anche televisiva ma disinnescata, e la violenza verbale che imbratta le strade delle nostre città? Non si possono battere i pugni sullo sgangherato tavolo della cultura violata, in nome di un linguaggio ormai calpestato da milioni di zoppicanti atteggiamenti e di archeologiche omertà, e un minuto dopo fiondarsi su di una piattaforma video e cliccare mille, un milione di volte – magari con l’alba di un compiaciuto sorrisetto sulle labbra – l’ultimo litigio tra politici o la bravata dell’imbecille digitodunqueesisto, Non si può imputare ad un frigorifero l’aumento del colesterolo o dell’obesità infantile. Non si può processare un computer per un videogioco violento. Non puoi sperare che la lavatrice ripulisca la coscienza degli educatori e renda il candore all’esistenza delle nuove generazioni.