Dignità è la parola desiderata, ma Ruggiero non l’ascolta da anni. Sul treno che lo trascina da Campiglia Marittima a Livorno Centrale, racconta la sua amarezza. Parla di quando era un modesto impiegato in una ditta privata. Lo stipendio bastava e la vita scorreva serena. Poi, arrivò il giorno del discorsetto, come lo chiama lui, da parte del titolare. Perché non allontanarsi dal proprio lavoro in anticipo? Con tanto di accordo, sia ben chiaro. Qualche firma, una calorosa stretta di mano, e il patto fu siglato. Ma qualcun altro, nella Capitale, stava per firmare un documento, la riforma che innalzava l’età consentita per andare in pensione. Così, lui si era ritrovato senza stipendio, senza assegno di pensione e anche senza ammortizzatori sociali. Gli restava solo una parola: esodato. L’uomo ha gli occhi lucidi. Tira fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di carta e soffia il naso. Un’occhiata al panorama che scivola al di là del finestrino. Dopo una manciata di mesi e l’assenza di risposte, un nuovo termine prende in ostaggio l’esistenza di Ruggiero: incapiente.

E da povero, le giornate sono sfide al destino. Non basta il lavoretto rimediato in parrocchia.

Per sopravvivere gli altri quindici giorni del mese, deve chiedere aiuto a parenti e amici. Per fortuna i due figli, un maschio e una femmina, lavorano. Da precari, s’intende. La dignità di padre impone una regola ferrea: chiedere il meno possibile al sangue del suo sangue. Almeno questo. Commenta con un ghigno la Repubblica fondata sul lavoro, sulle parole che ti bollano, sui tweet. Il treno rallenta, è ora di scendere. L’uomo si alza, saluta con la malinconia dei perdenti e va incontro ad una nuova giornata di ombre, conservando nel petto l’unico vocabolo desiderato.