Quant’era bello quel momento. Liberi, giù per le scale, ridendo e scherzando. Per quattro ore fermi nei banchi, ad ascoltare eroiche imprese, confini e capitali, parentesi tonde e analisi logiche, con lo sguardo attaccato al vetro della finestra, abbottonato a quei raggi di sole che illuminavano il cortile della scuola. Finalmente il gracchiare della campanella donava la pienezza del pensiero: quattro calci al pallone prima di tornare a casa. Le cartelle diventavano i pali delle porte, il vicolo si trasformava in campo di pallone. Mimì era portiere, ma invidiava il galoppare degli attaccanti, il fraseggio dei centrocampisti. Lui, invece, veniva relegato sempre lì, fermo, nell’attesa di qualche saetta da bloccare. E anche con le mani, diciamola tutta, non era un talento. Ma quei minuti, quel sudore, quell’incitare erano per lui aria pura, di quella che si rintana nei polmoni e porta alla vita. Le sue rocambolesche uscite dai “pali” erano quasi sempre accompagnate dalle obese imprecazioni dei compagni di squadra. Il ragazzino, imponente come cucciolo dei sette nani, sperava sempre in quella magica parata che avrebbe donato al suo petto l’invisibile medaglia di piccolo eroe del vicolo. Il giorno del riscatto giunse. “Rigore! Rigore!” fu il grido che inondò l’improvvisato rettangolo di gioco. E come accade solo a Napoli, un rigore, seppur tirato da un ragazzino, è un irresistibile richiamo. Franco il macellaio lasciò cadere il coltello sul bancone e s’affrettò ad uscire dalla bottega; Annunziata la sarta si alzò di scatto dalla sua macchina per cucire e corse alla finestra; Tonino il barbiere e i suoi clienti si pararono dinanzi alla vetrina. Mimì sfiorò con lo sguardo il pubblico non pagante, i compagni di squadra, a dire il vero rassegnati, il rigorista, un certo Pasquale soprannominato ’a bomba, e come un gladiatore bonsai si piantò al centro dell’immaginaria linea di porta. Tutto era pronto. Il giocatore prese la rincorsa. Il portiere s’impose di attendere. Il piede di Pasquale toccò il pallone che cominciò la sua traiettoria, raso terra, verso l’angolo destro della trincea difesa da Mimì. Il ragazzino si distese, le braccia s’allungarono, le mani raggiunsero la sfera. Era fatta. L’ora della gloria era giunta. Tutto il vicolo applaudì. Il portierino era diventato un eroe.
Sono ritornato in quella viuzza, proprio lì, dove Mimì compì il suo intrepido gesto. Non c’erano cartelle a simulare i pali delle porte, ma auto e motorini in sosta. Dei piccoli giocatori neanche l’ombra. Deluso, ho voltato l’angolo, e in quel preciso istante, la memoria mi ha donato il luccicante suono di quell’applauso.