Lo sguardo segue  il fluire dei fianchi tuoi, dalla pelle ambrata sino al candore delle lenzuola. Finalmente dormi serena, dopo ore d’onde impetuose e sguardi appiccicati al soffitto. L’aria offre ancora l’odore della rassegnazione, di quel placido e inerme scorrere, tra carrelli della spesa e piatti da lavare, tra il sogno abbandonato sull’altare e gli occhi tristi che trascini ogni sera in questo letto.
Dormi serena, finalmente. Forse t’ammiri diversa e sicura e felice nel tuo mondo notturno, nel tuo spicchio di gioia, protetto dal buio e lontano dalle nostre parole, sempre uguali e così feroci. Ed ora, qui, accanto al tuo corpo caldo, accanto alla pelle un tempo annusata, sfiorata, morsicata, ritrovo briciole di passione e pallidi sorrisi di cortesia. Ma tu sei stata amore, profondo. Sei stata carne, rinnovata ad ogni battito.
Sei stata mano, intrecciata come canapa semplice e preziosa. Con lo sguardo che naviga dal soffitto ai tuoi fianchi, mi rendo conto solo ora – e ti chiedo perdono – che il mio amore è frutto antico. Non esigo alibi o macchine del tempo.
Ieri sera le tue parole sono state limpide, sincere, tenere. Sei bella, fiera  e meriti di guardare il mondo, respirare un nuovo vento che non contiene il mio alfabeto: consonanti e sillabe dalla memoria corta e dalle regole sgangherate.
So che è un pensiero giunto in ritardo, di quelli da biglietto scaduto. E domani mattina, quando andrai via, ho un solo modo per dirti addio: abbracciarti e sussurrare “ti amo”. © 2013 giovanni leone.