Nel paese del colore, del mare, delle idee sbilenche che inondano strade e piazze, la colonnina di mercurio si inchioda sul freddo, sul cinico e algido sentimento di confine, dove tutto è permesso. Piove sulla città della misericordia, del tira a campare, del domani da sognare. Sono lacrime per ciò che svanisce, lentamente. Sono gocce di rimpianto per sguardi e cuori che hanno reso famosa questa terra. Qui, una manciata di denari o qualche istante di potere, in nome della propria beata evanescenza, diventano divinità. Per loro si sacrificano uomini e donne e bambini. Si è pronti a sfoderare coltelli da piantare nel cuore, a premere grilletti, a seppellire sotto montagne di ingiurie e fango. Non importa chi resterà sull’asfalto, in una pozza di sangue o nel pantano della solitudine. Quante parole, quante promesse serviranno per non aver paura? È abitudine difendersi, è consuetudine non chiedere di più, per se stessi, per i propri figli. Nella memoria del cronista riaffiora il ricordo di un padre. Il suo bambino aveva perso conoscenza, ma lui era lì, nel reparto di rianimazione, a proteggere quei pochi anni con lo sguardo, a infondergli la scintilla della vita, a parlargli. La sua tozza mano stringeva quelle piccole dita. Il presente e il futuro si fondevano nell’amore. Ogni giorno, ora dopo ora. Quell’uomo sperava e credeva e lottava. Di tanto in tanto, lo sguardo incrociava la finestra e le sue labbra si concedevano un jesce sole. Per quanto sia difficile difendere la città perduta, continua l’amore per questa terra, cresce la voglia di cambiamento, di caldi raggi che inondano le strade, le piazze, il petto degli uomini.