Alla salute! aveva un nome e un cognome.
Gli abitanti di Melampo ne vennero a conoscenza la mattina del 14 maggio 1988, quando comparve sul muro della canonica, in piazza dell’Immacolata, l’annuncio mortuario. Ad Amilcare Buontempo, scopino comunale, ci vollero una paio di abbondanti minuti per comprendere chi fosse Salvatore Giammusso, compaesano salito a miglior vita. Solo quando lesse la seconda riga, dedicata al soprannome, le labbra rimasero aperte e il cuore ebbe un sussulto. Una lacrima scivolò lungo la guancia e si lasciò cadere sulla saggina della scopa. In un paio di ore, tutte le anime del piccolo borgo vennero a conoscenza della scomparsa. Salvatore salutò la vita all’età di 80 anni. Fino a quel triste giorno, di lui, il paese conosceva le abitudini, dove abitava: due stanze in vicolo Santa Maria al Monte, l’antico mestiere nelle ferrovie, il dolore per la perdita dell’amata moglie, il nomignolo e le migliaia di parole dedicate al vino e ai sapori della tavola, autentiche perle di poesia. Le memorabili orazioni venivano pronunciate da Vincenzo, l’unica osteria di Melampo. Fu in quel buio stanzone che incontrai per la prima volta Alla salute!
Nonno Adelmo mi affidò un paio di monete e una preziosa missione, l’acquisto di un quartino di rosso. Il tutto avvenne con il tono sommesso della trasgressione. Stavamo infrangendo ben due regole imposte da mia madre: l’assenza di alcol per il malandato fegato di Adelmo e il divieto, per i miei candidi 8 anni, di entrare nella taverna della perdizione. Varcai con timore la soglia di quell’antro, con in testa le sussurrate raccomandazioni del mio anziano complice, “di quello buono” e “non farlo cadere”. All’interno, dinanzi ad un bancone di marmo, erano disposti sei tavoli. Le pareti ospitavano una manciata di mensole, dove sonnecchiavano anonime e impolverate bottiglie di vino. Il mio ardimentoso ingresso fu premiato con il totale disinteresse. Vincenzo, proprietario dell’osteria, il macellaio Maurino, Geppo il salumiere, Alfio Girolamo, medico condotto, e Bartolo, sfaccendato figlio dell’avvocato Amitrano, erano in piedi, dinanzi ad un tavolo. I loro occhi erano tutti per la buonanima di Giammusso. Lui se ne stava seduto, ad occhi chiusi, dinanzi ad un mezzo bicchiere di rosso. Dopo qualche istante di silenzio, Alla salute! pronunciò il suo giudizio. «Signori miei, siamo alla presenza di un tramonto rubino, di quelli che infuocano il firmamento e riscaldano i ricordi. Tra le labbra ritroverete il sapore della terra umile, delle zolle generose, del sapiente sposalizio tra estate e autunno. L’indomito odore della vita vi getterà le braccia al collo». Prese il bicchiere, lo alzò al cielo e concluse: «Alla salute!».
Il piccolo attento uditorio rispose con una pioggia di sorrisi. Dopo un buon minuto di gioiosa e compiaciuta atmosfera, Geppo, detto punta di coltello, prese la parola: «Con questa delizia che cosa si mangia?».
La risposta di Salvatore fu immediata: «Pecorino di contrada Farrusi, la deliziosa minestra delle nostre nonne, la carne viziata dalle braci ardenti». Tutti i presenti, compreso il sottoscritto, nati al suono di poche parole e di un solo alfabeto: è buono o non è buono, ignoravano il significato pieno delle frasi pronunciate da Salvatore, ma il suono era un vero incanto, delizioso al pari delle bontà descritte. Da quel giorno, ho ascoltato molte parole di Alla salute!, comprese le stroncature senza diritto di replica. Memorabile il lapidario giudizio sul vino di un tal Gualtiero Raffaeli. «Un’offesa alla fragranza del creato» fu la valutazione.
Salvatore insegnò a Melampo la poesia del gusto, la condanna dell’eccesso: mai fu visto alticcio. Il soffice sapore della vita fu la sua ebbrezza. Al funerale partecipò l’intero paese, in silenzio. Nessuna parola poteva affrescare il dolore. Sulla lapide, sotto il nome e il cognome, la mano dello scalpellino aveva inciso “Alla salute!”.