Una volta, il popolo, quel brulicante ammasso di sangue, terra, sole e tanti sospiri, non pronunciava la parola “semplicità”, non avvertiva l’urgenza di evocare la genuina patria delle azioni e del sentire quotidiano. Gli anni sono rotolati a valle, nella conca del vivere artefatto. E dopo il capitombolo, gli italiani tecnosapiens avvertono il bisogno di snocciolare quelle pure origini, quello stampo di uomini ingenui, naturali, freschi e chiari come pure sorgenti. “È un uomo semplice!”, “Parole semplici, ma efficaci”, “Ho detto quel che pensavo, semplicemente”. Ci siamo impossessati dell’apriti sesamo, del passepartout per la  volgarità, ma con purezza sia ben chiaro. E cosi, stonati sbandieratori delle origini, anime al sapore di pane e salame, adiposi ballerini, leggiadri nei movimenti, smisurati nelle parole, nidificano ovunque, in ogni piccolo spazio bianco. Bastano poche sgangherate parole per incoronarsi flagelli del cielo, firmato autentico sincero. “La semplicità è la forma della vera grandezza” enunciava Francesco De Sanctis. Ma non quella sbandierata ad ogni respiro. Quella si chiama alibi. “Sono i deboli e i confusi che venerano le finte semplicità della franchezza brutale” scriveva il sociologo Marshall McLuhan. Dinanzi a tanto sbilenco candore, forse un pizzico di sana insurrezione non guasta. C’è una grande differenza tra la ribellione argomentata e l’analfabeta rinuncia. Dissentire significa contrapporsi con dignità e identità; il rifiuto è solo una fuga senza rivendicazioni.