Ciro Martanna era uomo di mare. Nel suo sguardo potevi leggere la furia del vento, la bizzarria delle onde, l’appuntito sole, una fanciullesca semplicità. Raccontava i suoi viaggi, storie di porti lontani, luoghi al confine del tempo e del navigabile. Il linguaggio universale era fatto di sorridenti fonemi, strette di mano, piccoli grandi gesti d’accoglienza. «In questo modo capivo tutti» sussurrava. A settant’anni, se ne stava seduto sul molo, tra le mani la canna da pesca, nella mente preziosi ricordi e genuini pensieri. «Che cosa hai imparato dalle tante persone incontrate?» chiesi con l’innocenza del giovane e maldestro cronista.

Lui, sorrise, mi guardò con tenerezza e rispose: «Nun è ’o vero che ’o caffe sulo a Napule ’o sanno fa’».

Mi donò, così, una lucente visione del mondo: la diversità rende preziosi, non superiori. Quando ascolto, sempre più spesso, parole come “identità culturale” e “ideologia”, lo confesso, nasce un gelido tremore. Intendiamoci, non è allergia ai vocaboli, ma all’etichetta appiccicata da uomini e donne, a quello sguardo dall’alto in basso, sempre pronto a infangare le imperfezioni altrui, ad assolvere le proprie. In nome di cosa? Di logori vessilli geografici, politici, religiosi? Di proteggere la purezza – altro brivido – del proprio ego? «È nell’armonia fra le diversità che il mondo si regge, si riproduce, sta in tensione, vive» ha scritto il giornalista e scrittore Tiziano Terzani. Con umiltà, basterebbe riconoscersi ed essere riconoscibili, nel rispetto di persone e luoghi. Magari usando poche parole, una manciata di sorrisi e gesti d’autentica accoglienza, proprio come Ciro.