Francesco, respiro gemello, grazie.
La tua venuta a Clos Lucé dona al volto stanco un dolce e malinconico sorriso. Nei tuoi occhi corvini mi rivedo combattente e fiero artista, di quando ammiravo l’accogliente abbraccio delle colline toscane, il fluire maestoso dell’Arno, le opere immortali di chi fu genio reale. Ecco giungere all’udito il ciarlare delle dame fiorentine, le affettuose parole di Ser Piero, padre mio, i bonari rimproveri del Verrocchio.
Perdona il sottovoce. Non ho motivo per ferire l’animo generoso del padrone di casa. Mi accolse con tutti gli onori, mirando senza sosta le imprese mie e prestando infinita attenzione alle senili farneticazioni di un fantasioso etrusco.
Quando il bianco s’impadronisce della chioma, le mani e le gambe issano bandiera bianca e nella mente affiora il verbo tramontare, le onde imperiose dei ricordi avvolgono il presente. Mi rivedo giovane e di colorate speranze dinanzi a Ginevra de’ Benci, in posa al mio cospetto. Ripenso all’ultimo tocco di ribelle artista sulla tela della Madonna del Garofano. Ascolto l’incedere fiero nel varcare il portone di San Donato in Scopeto.

Mi nutrivo di indiscutibili convinzioni, dell’alterigia di chi ha consapevolezza del proprio dono.

Sì, ero fascio di nervi e fuoco, come l’indemoniato e irascibile Caprotti. E l’avvampo incenerì il legame con l’amata terra, trovando ricovero alla corte del Duca di Milano. Luminoso amico, le tue parole alleviano la stanchezza. Hai pur ragione: l’ira di quei giorni mi portò a realizzare opere equilibrate. Ma che cosa rimarrà di tanto ardire, fedele Cecco? I pensieri erano dardi, scoccati dal mio arco: due mani sicure e operose. Guardami ora, ammira il ritratto di un vecchio. Solo la barba è fluente. Come delta prolifico, le rughe inondano il viso crucciato.
È il ritratto di un genio, quello che ora ti si para dinanzi? Alla luce di questo moccolo, nei fogli smarriti sul tavolo, ritrovi l’estro antico?
Come ben ricordi, ho sempre rammentato di osservare le genti quando sono tristi o adirate o immerse in animate discussioni, per meglio cogliere emozioni da donare all’immacolata tela. Ho sempre perseguito apparenza e sostanza, quest’ultima annidata nella mente, dietro il sipario del quotidiano vivere. Ecco, discepolo mio, quali passioni cela il volto di colui che possedeva chimere e superbe soluzioni? Quale consistenza scruti negli occhi miei?
Il tuo silenzio è indulgente risposta.
Volevo essere al centro della tavola, nel petto custodivo la sfida al cielo. Io soltanto, e il mondo intorno ad ascoltare il verbo della creazione. Invece, mi ritrovo come Giuda, nell’ombra, alle spalle della vita.
Ho tradito. Sì, ho violato il patto che all’arte mi legava. Ho preteso di cangiare uomini e menti. Trenta vili monete, il prezzo dell’infamia, per chi ha strappato il salvacondotto per l’eternità.
Era qui, tra queste dita.
Ma ho scelto di correre dietro al vento, di progettare ali all’uomo, di assoggettare l’acqua, di rendere più atroce la guerra, di sovvertire le meccaniche celesti, di illuminare la pittura con diafane intuizioni. Potevo divenire lampo e mi ritrovo introversa acquerugiola.
Ti offro un’ultima profezia: resterà poco del maestro tuo. Gli affreschi sbiadiranno, la polvere divorerà manoscritti e appunti. Un pugno di fiorentini riderà per qualche anno ancora del mio litigio con il collerico Buonarroti, dell’incompiutezza della Battaglia di Anghiari, della mia follia. Poi, l’eco si sbriciolerà sul greto del fiume e l’Arno disperderà il genio mancato nell’oblio del mare. La comica pazzia si trasformerà, complice il tempo, nel ridicolo narrare di giullari e cantastorie. Guarda ancora il ritratto del vecchio maestro. Assorbi il conclusivo insegnamento. Colui che ponesti sul trono del sapere è fantasma di castello, sregolatezza orfana di talento.
Prezioso compagno, osa con giudizio, ammira le debolezze dell’uomo, afferra e trattieni la tolleranza, in nome dell’arte. Lascia un segno, seppur briciola, ma che onori il nome tuo, come firma sanguigna su carta pregiata.
Sono giunto al termine dei mio errare. E sento nel petto l’assenza della natura d’aprile, voluttuosa e incantata. Riaffiorano solo i rimorsi e le idee confuse di un rigido inverno.
Ti dono le mie carte, pegno di fedeltà. A te la sorte: melanconico ricordo o fattrici di fiamme nelle giornate di freddo.
Al De Vilanis, fedele servitore, ho promesso terra, lo spicchio fuori il ducato longobardo. Il sant’uomo lo dovrà spartire con quell’anima in pena del Salaì. Spero non me ne voglia.
Maturina, governante dallo sguardo terso, avrà in lascito qualche soldo e il mantello foderato di pelliccia. A lei avrei dovuto dedicare un ritratto. Al diavolo ermellini in calore e vossignorie vacue. Il suo gioviale e genuino impasto avrebbe fatto impallidire persino i potenti volti di Antonello de Antonio.
Caro Francesco, ti annoio con l’ultima preghiera. Stringi la mano appassita, aiutala a vergare il nome mio sul viso di questo vecchio pazzo. Prima dell’oblio, semmai qualcuno cederà all’indole curiosa, potrai affermare, senza ombra alcuna, che quel nome, Leonardus, non è altro che sinonimo di sognatore nel dialetto dei folli.
giovanni leone 2014


Premio Rodolfo Valentino Sogni ad occhi aperti” – Menzione d’Onore per la Narrativa «per la capacità dell’autore di dare la parola a un genio universale nel momento dell’estrema vecchiaia e di fargli pronunciare una sorta di testamento pieno di pensieri e malinconie. Si rincorrono memorie, sensazioni, intuizioni, osservazioni anche sulla pittura, sino ad un finale dove il sogno si affaccia alle soglie della realtà. Si apprezzano in un racconto come questo cultura e misura, necessarie nell’affrontare un tema così difficile». 14 febbraio 2015, Torino.