Oltre la diga di fogli, appunti e libri, c’è lui. È sempre lì, tra il portapenne e la fotografia di mio figlio. Presidia l’angolo della scrivania, sorveglia il tempo che vola, si tiene a giusta distanza dal computer. S’accontenta dei miei sguardi malinconici, partoriti da pensieri al sapore d’antico. Mai è stato minacciato dalle tempeste esistenziali, quelle attuate in nome di “non abbiamo più spazio in questa casa”, quelle che ti fanno gettare gli oggetti dell’infanzia nel sacco dell’immondizia, con conseguente rimorso a vita per aver soppresso il mitico album dei calciatori, gli ingialliti fumetti che hanno cullato la fantasia dei primi anni, il camion di latta dei vigili del fuoco, regalo della zia Adelina.
Nessuna mano sacrilega ha profanato il suo spazio, la sua piccola teca di vetro. A trattarlo come una reliquia fu mio padre.

Ma andiamo per ordine. Era il 1962.

In quell’anno, a Los Angeles, Norma Jeane Mortenson, conosciuta dal mondo come Marilyn Monroe, disse addio alla vita. In Inghilterra, uscì il primo singolo a 45 giri dei Beatles, love me do. L’universo musicale vide anche la nascita dell’astro Rolling Stone. In Italia venne pubblicato l’album d’esordio di Luigi Tenco. Al Festival di Sanremo trionfarono Claudio Villa e Domenico Modugno. Ed ancora. Papa Giovanni XXIII scomunicò il leader cubano Fidel Castro; dopo 400 anni Nettuno e Plutone si allinearono; in circostanze misteriose precipitò a Bascapè, in provincia di Pavia, l’aereo di Enrico Mattei, presidente dell’Eni; in Algeria si svolse il referendum per l’indipendenza del paese dalla Francia, mentre all’ombra della Torre Eiffel si indicò l’atollo di Mururoa come sito per i propri test nucleari. Le edicole italiane offrirono ad adulti e ragazzi le avventure di Diabolik. Gli scrittori italiani diedero il benvenuto al Premio Campiello e appresero dai quotidiani dell’assegnazione del Nobel per la letteratura a John Steinbeck. L’Oscar fu assegnato a West Side Story di Jerome Robbins e Robert Wise. L’ambita statuetta per la miglior attrice protagonista fu alzata al cielo da Sophia Loren per l’interpretazione di Cesira ne La ciociara di Vittorio De Sica. Il lungometraggio italiano vinse anche il Golden Globe come migliore film straniero. Nelle sale cinematografiche nostrane furono proiettati: Il sorpasso di Dino Risi, Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy, I due colonnelli di Steno, Lolita di Stanley Kubrick. La televisione italiana offriva due soli canali: gli italiani sorridevano con L’amico del giaguaro presentato da Corrado, con la partecipazione di Gino Bramieri, Marisa Del Frate e Raffaele Pisu, e si commuovevano con Una tragedia americana, miniserie diretta da Anton Giulio Majano e interpretata da Warner Bentivegna, Giuliana Lojodice e Virna Lisi. Ai piccini, Carosello dava la buonanotte.

In quell’anno, venni al mondo. Per carità, piccola cosa nell’architettura della storia, ma per mio padre fu la notizia delle notizie, da comunicare al mondo intero. I cellulari erano un sogno, internet un’ipotesi fantascientifica. Erano gli anni dei telefoni bigrigi S62, pochi a dire la verità.

Ci s’incontrava nelle piazze, nei bar, nelle case. Le parole – scritte e orali – avevano importanza.

Così, come avevano ancora rilevanza le lettere vergate, in bella grafia, su carta comune. Per i frettolosi c’erano le cartoline postali. Chi, come l’elettrizzato genitore, fuori casa per necessità, voleva divulgare la buona novella a parenti e amici, si precipitava alla ricerca di una telefono pubblico. In tasca non mancavano i gettoni. Quel giorno, mio padre era in possesso di tre preziosi dischetti di metallo. L’emozionante racconto del nuovo fiocco azzurro fu condensato in circa sei scatti. Al termine della conversazione l’onesto apparecchio restituì il superfluo. Dopo qualche giorno dalla celebre telefonata, dopo numerosi vagiti, potenti e dispettosi, del nuovo arrivato, dopo le prime nottate insonni, dopo il monopoli del “a chi assomiglia”, mio padre tirò fuori dalla tasca il fazzoletto, per uno sternuto o per lacrime d’avvilimento, nessuno potrà dire. Fu in quel preciso istante che il gettone superstite piroettò nell’aria, finendo il suo volo sul ripiano in marmo del cassettone, dove si lasciò andare ad un liberatorio tintinnio. L’atterraggio terminò a pochi millimetri dalla foto del nonno paterno, destinatario del telefonico annuntio vobis gaudium magnum. Al superstizioso genitore apparve come un segno. E la decisione fu presa. Il semplice dischetto telefonico fu promosso a reliquia casalinga. Ed eccolo ancora qui.

Dopo averlo visto per anni sullo scrittoio paterno, tra la Lettera 22 dell’Olivetti e il fermacarte in argento, adesso è sulla mia scrivania. La visione di quell’oggetto d’altri tempi, addormentato nella sua minuscola stanza di vetro, rappresenta una sorta di filo d’Arianna. Lo sguardo parte dalla piccola teca e giunge – dopo un funambolico dribbling alle scartoffie e una pirotecnica finta che mette fuori gioco ben due cornucopie in peltro – all’algido computer portatile, tutto tasti e memoria. È lui, oggi, l’idolo di mio figlio, venti anni annidati in un’esile spiga di grano, occhi rassicuranti come fari nella tormenta, un chiacchiera a mitraglia, due mani da schizofrenico pianista, sempre in concerto sulla tastiera del telefonino e, per l’appunto, del leggendario pc. Alle mie domande sul misterioso universo informatico, pronunciate con la timidezza di Non è mai troppo tardi – corso televisivo di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta, presentato dal paziente Alberto Manzi negli anni sessanta -, fanno seguito le stizzite risposte del pargolo, un rosario di nozioni sfrangiate, articolate con il piglio saccente di Tanto non puoi capire, reality degli anni novanta, ideato e prodotto dalla prole dei social network. Alla mia espressione da bradipo in ferie, la spiga di grano si trasforma in irritante ortica, snocciolando termini come: browser, account, password, url, home, tag, post, chip, chat, cookie, download. Ma è su zippare e googlare che avverto la nascita di un grosso nodo nello stomaco. L’intreccio gastrico si manifesta anche sul viso. La smorfia viene colta dal saccente figliolo. «Papà, sei connesso?» strepita. Poi, con l’indice destro puntato verso il gettone-reliquia, pronuncia la sentenza: «Sei fermo a quello!».

Guardo le scanalature del dischetto metallico, quasi a voler pescare in quei solchi le parole giuste per l’occasione. Invece, la mente apre un cassetto (un file direbbe mio figlio). Ne viene fuori l’immagine della macchina per scrivere di mio padre. I suoi caratteri incerti hanno dato vita ai miei primi scritti, alla tesi di laurea, alle domande di lavoro. L’indulgente pensiero ha lasciato il posto all’immaginazione. Il cervello ha proiettato il volto di un uomo maturo del diciannovesimo secolo. Ascolta per la prima volta la descrizione di quel lampo del progresso, tutto tasti e rumori metallici.
«È un dispositivo meccanico, utilizzato per riprodurre su un foglio di carta una successione di lettere o segni scelti a comando. È costituita essenzialmente da una tastiera, da una serie di martelletti, azionati da leve, sulle cui estremità sono montati i caratteri. Un carrello trascina la carta e un nastro imbevuto d’inchiostro, teso fra due bobine, s’interpone fra il carattere e il foglio e scorre automaticamente a ogni battuta».
«E come si chiama questa diavoleria?» chiede l’omino, con lo sguardo acquitrinoso.
«Macchina per scrivere» la lapidaria risposta.

In cuor mio esprimo tutta la solidarietà per quell’individuo impreparato a tanta altezzosa modernità. Forse già pensavo a lui quando, negli anni ottanta, ascoltai gli appassionati discorsi degli amici sul prodigioso Commodore 64, primogenito della famiglia di home computer. Quel nome altisonante mi portava alla mente tutt’altro capitolo: i Commodores, mitico gruppo musicale di Detroit, punta di diamante della Motown Records, dimora indiscussa del soul. Forse, mio figlio ha ragione. Sono rimasto indietro, ancora appisolato in quelle scanalature del gettone telefonico, in quell’immagine sghemba del domani. Osservo il sangue del mio sangue: è ritornato elegante spiga di frumento, anche se le mani continuano a volare sulla tastiera del portatile. Mi chiedo come si possa conciliare il passato con il presente, il letargo dell’età con il galoppo del futuro. Tra le provette del dottor Jekyll deve pur esserci un rimedio, un antidoto. Gli occhi scivolano lungo la scrivania e si rifugiano, ancora una volta, in quella piccola teca.
Quel dischetto di metallo è la risposta, da far scivolare nel telefono della memoria e rimanere connesso con mio padre e con l’ondeggiare del grano. © giovanni leone