assi di cuore

 

Pierino Bilancione e Vittorio De Sica nell’episodio “I giocatori”.

C’erano una volta i napoletani. I loro cuori erano scrigni. Custodivano un bene prezioso e luccicante: la dignità. E c’erano due uomini. Il primo scriveva di quel tesoro, intimo cantore di una Partenope che fu, il secondo, eterno innamorato degli alunni del sole, dipingeva – con le sue immagini – la decorosa genialità della terra vulcanica. I nomi: Giuseppe Marotta e Vittorio De Sica. Il loro incontro diede vita ad una delle più affascinanti narrazioni cinematografiche: L’oro di Napoli.

«L’ardore e insieme la facilità con cui stabilimmo una reciproca comunicazione di idee, di emozioni, ancora mi commuovono – raccontava De Sica – Ricordo l’emiliano Cesare Zavattini (che collaborò alla sceneggiatura), l’uomo delle nebbie padane, divenire miracolosamente “napoletano”, pronto a comprendere e ad amare gli aspetti più segreti della città. Quanto a Marotta era sufficiente stargli vicino in quei giorni e sentirlo parlare, per comprendere come soltanto lui avrebbe potuto scrivere un libro come quello».

Finalmente i produttori De Laurentiis e Ponti danno il placet. Il signor “Di De Sico”, come lo chiamavano i partenopei, riorna nella sua amata Napoli. La città che lo aveva visto bambino – «come premio nostro padre ci mandava qui ogni estate da una zia: era la gioia più grande che poteva riservarci la vita» – lo accolse con il riguardo e l’affetto di sempre.

Si gira alla Sanità (nella medesima strada De Sica girerà anche l’episodio di Adelina in Ieri, Oggi e Domani), a Materdei, in via dei Tribunali, in piazza del Gesù (Il palazzo del conte Prospero è lo stesso di “Matrimonio all’Italiana”). Tutta la città è coinvolta. Il grande regista italiano è affascinato dai napoletani, dalla loro capacità di emozionare. Durante la scena della notte di Natale, nell’episodio de Il guappo, De Sica, attraverso il suo megafono, chiede agli abitanti della strada di far silenzio per qualche minuto e di chiudere le finestre. E così avvenne. «Grazie ho detto alla fine della scena – scrive alla figlia Emi – e migliaia di persone hanno risposto in coro, all’unisono, senza ombra di ridicolo e di sfottò: prego!».

Nel film, Vittorio De Sica vuole tutti gli attori che ama. Pensa subito a Totò per il ruolo del pazzariello (episodio Il guappo). Con il principe bastano poche parole d’intesa ed è subito spettacolo. Per la procace pizzaiola (episodio Pizze a credito), la Loren fa al caso suo. L’attrice, da poco rimessa da una fastidiosa bronchite, chiede una riduzione della scollatura, ma il regista non fa sconti: decolleté mozzafiato e acquazzone finale, come da sceneggiatura. L’interpretazione consacrerà Sophia nell’universo della celluloide. Il volto scavato della prostituta Teresa, nell’omonimo episodio, viene affidato alla bravissima Silvana Mangano. Il ruolo le valse il Nastro d’Argento come miglior attrice protagonista.
Il dolore della perdita di un figlio (episodio Il funeralino) è scolpito sul volto di Teresa De Vita, poche battute, tanta tragica ritualità. L’episodio fu tagliato nella versione commerciale. I produttori Dino De Laurentiis e Carlo Ponti lo ritennero troppo deprimente. La storia fu inserita anni dopo e divenne tra le sequenze più amate dal pubblico.
Per il ruolo di don Ersilio Miccio (episodio Il professore) viene in mente solo Eduardo De Filippo, che regala una delle sue folgoranti interpretazioni. La lezione di pernacchio (“quello attuale si chiama pernacchia, una cosa volgare, brutta”) è tra le sequenze cult del cinema italiano. Il regista, d’accordo con Zavattini e Marotta, aveva lasciato per sé il ruolo del conte Prospero. Chi meglio di lui, conosciuto in tutti i casinò italiani ed europei, poteva rappresentare l’accanimento al gioco. Così, nell’episodio I giocatori, nasce un vero e proprio autoritratto, impreziosito dalla presenza del piccolo Pierino Bilancione. Il ragazzino lavorava come garzone in un bar di Materdei, girava tra la troupe chiedendo: “Vulite ’nu cafè?”. De Sica osservò il suo sguardo vispo e scattò la scintilla: quello scricciolo di Partenope divenne Gennarino, il figlio del portiere.

La pellicola risplende, però, anche grazie ad eccezionali comprimari: Giacomo Furia, marito della pizzaiola Sofia, Paolo Stoppa, l’inconsolabile vedovo di Pizze a credito, che passa dal tentato suicidio al piatto consolatore di spaghetti (l’interpretazione gli valse il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista), Tina Pica, icona del cinema napoletano e inseparabile compagna artistica di Vittorio De Sica (la Caramella della spassosa serie Pane e Amore), che interpella il professore Eduardo per trovare la frase adatta da incidere alla base dell’edicola votiva del vicolo.

«Sono convinto che la materia del libro di Marotta si adatti particolarmente alla mia sensibilità proprio per il contenuto morale e poetico dello stesso. Il film vuole essere il ritratto della città, della gente di queste città, tanto che si potrebbe intitolare semplicemente: Napoletani»
Vittorio De Sica.

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