sulla dolcezza

Sulla dolcezza sono state scritte e pronunciate migliaia di parole. È stata definita insulsa debolezza, esile intelligenza, disonorevole incapacità. Non subendo il timore per il lato oscuro dell’alfabeto, avendo conosciuto, come tutti, l’asprezza del dolore e, mea culpa, possedendo una notevole vocazione a ribaltare il pensiero corrente, ho provato a conoscere questa corrotta visione della vita. Con grande e criticabile sincerità, mi è piaciuta, tanto da adottarla ancora oggi. Non è stato sempre così. Ad onore di verità, anni addietro, avevo nell’animo una tale tempesta da voler travolgere il mondo intero o, forse, solo me stesso. Poi, dopo aver passato del tempo a leccare invisibili ferite, ho ripudiato una stupida aggressività (in nome o in ricordo di chi, di che cosa?). In sintesi, sono affascinato da questo sentimento, spesso confuso con l’assenza di determinazione, bollato come atteggiamento di castrazione, insuccesso, congenita indecisione. Non penso abbia parentela con la debolezza (se non in forme patologiche), non sottolinea la voglia di “non fare”. Al contrario, è spiazzante nel suo contatto con la realtà, con il respiro. Certo, non ha nulla a che vedere con il muscoloso potere, ma ha una sua insita efficacia, una forza eterea e voluttuosa. Inoltre, mi piace perché si aggira nella minoranza silenziosa, viene tenuta a distanza dai figli del dio maggiore, persino travisata, pur di debellarla, con fastidiosi surrogati come la sdolcinatezza, la stupidaggine, l’infantilismo, il consenso prêt à porter. Vivo la dolcezza – opinione personale – come la possibilità di un’esistenza libera. Una sorta di “sento dunque vivo” (il buon Cartesio perdonerà l’ardire). Libero di esprimere in parole, opere e ammissioni (forse la Chiesa perdonerà di meno) quello che provo, perché, come scrive Chuck Palahniuk,

«dimenticare il dolore è difficilissimo, ma ricordare la dolcezza lo è ancora di più. La felicità non ci lascia cicatrici da mostrare. Dalla quiete impariamo così poco».