la fine dell’oblio

Nei giorni dedicati alla dea approvazione, il conteggio dei “mi piace” diventa operazione ossessiva. Senza una cospicua cifra di consensi, l’autostima non decolla, l’identità non esiste. Nell’arena social, è quel numero accanto all’immaginetta dell’impettito pollice a esaltare momenti di sbilenca felicità o sgretolare ottuse aspettative. Mai sfiorando l’intelletto con quell’impertinente pensiero antisocial: i like you a casaccio, non oltrepassando l’inquietante quinta riga di uno scritto.

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Lasciare alla memoria della rete qualche frase in più, magari ben articolata, dai toni pacati, vuol dire fare i conti con la propria solitudine virtuale. Meglio affidarsi alla condivisione di sentenze e massime, saette amiche dell’altrui pensiero, o di oscure invettive nazional popolari, o di autoritratti, pardon selfie, in tutte le rocambolesche mimiche facciali.

Alla lunga fila di sostenitori del “così è se vi pare”, mostro bandiera bianca. Nessun giudizio sommario su usi e costumi del presente. Ne sono convinto, i social network hanno la loro utilità, la capacità di comprimere il mondo in un click, alleggerire idee e osservazioni, strappare risate, spartire emozioni. In breve, sono democraticamente efficaci. Non è la pluralità di contenuti a colpire, ma la capacità dei fruitori social a basare la propria autostima sulla reazione degli altri. È come trasferire quotidianamente il proprio valore da dentro di sé a fuori di sé, orfani di controllo interno.

Lettura “The end of forgetting” di Kate Eichhorn, professore associato di Cultura e Media presso la New School, esplora la storia della tecnologia dei media e il suo impatto sulla nostra vita.

Non è crociata contro le nuove generazioni, i cosiddetti nativi digitali. Non vi è distinzione tra adolescenti e adulti. Un genitore che rimprovera il figlio perché ha sempre il cellulare in mano, ma poi si comporta allo stesso modo, scattando selfie a raffica, lasciando periodiche tracce su dov’è e cosa sta facendo, affresca un mosaico non proprio artistico dell’esistenza. Nell’educazione della prole, nessuno può aspirare alla perfezione: tanti i fattori in campo, non tutti gestibili. Ma esistono ancora altri modi di stare con le persone? Vale l’esempio? Il valore dell’intimità? La voglia dell’oblio?