Lettera di Natale

Non prenderla male se non abbracciamo i consigli del manuale della corrispondenza cortese: principiare un’intima missiva con amato, adorato, diletto, prediletto, amabile. Preferiamo, nostra culpa, un ordinario, sbrigativo, svogliato, trascurato “caro”. Rispettiamo un tuo insegnamento, una regola sentita a tiritera, di onorare l’effetto antidolorifico delle parole, per quieto vivere o per quel vivere quieto e strascicato, che tanto gentile e tanto onesto pare all’altrui trascuratezza. Quindi …
Caro specchio delle nostre brume, hai mostrato un uomo stanco, invecchiato, una briciola avvilito, un filo svilito. Hai esibito le sue occhiaie, le rughe intrecciate, i sogni sbagliati, persino le lacrime dimenticate.
Nella nebbia dei principi mattutini, hai bacchettato i distratti dell’ultimo banco, hai regalato coccarde ai primi della fila. Hai insegnato, ancora una volta, l’amara legge del prima e del dopo: il primo attribuisce la colpa al secondo, il secondo al terzo, il terzo al quarto e il quarto si attacca all’oscuro potere della forza.  Così, hai illuminato le nostre menti sul monopoli dei problemi, piccoli e grandi. Le regole sono state chiare sin dall’inizio, anche se un bel giorno, tra Parco della Vittoria e un Imprevisto, sono scomparsi i dadi. Cosa sono quei musi lunghi – hai mormorato – fatevi una risata, perché la gente triste il ciel l’alluvia. Il giorno dopo, in silenzio, hai indicato un fiume di fango e pietre. È stato il tuo severo avvertimento.  Abbiamo ingoiato l’amara previsione, guardato il cielo annuvolato, pitturato sulle labbra un sorriso.
Caro orpello del ciarpame, ricordiamo l’accorato discorso sul potere, l’intangibile equazione dell’essere e dell’avere, tanto ma tanto. Con accademico cipiglio hai vuotato le coscienze e dettato, senza indugio,  la sentenza inappellabile: non hanno provato a comprarvi? Allora non contate. Ai senza prezzo, hai spiegato, resta solo una parola, da ascoltare con volto perplesso, da pronunciare con l’encefalo smarrito. Non è un gran bottino, ma la resilienza fa accettare la sosta al pianterreno della vita. Quante idee hai sfoderato sul contegno da tenere. Due colonne belle paffute, una riga a divisione, questo , quell’altro no. Mai un forse, un dubbioso spiritello, un alfiere del fammipensare.
Caro figlio del riflesso, tutto casa, tempio, acrobazie, sono in tanti a celebrare la sessione del buon respiro, fatta in casa, per carità, ma efficace come un brodo primordiale, caldo, denso, consolante. Con un fare micionesco, da indolente passerella, spifferasti la teoria. Se la mente non s’allappa, ci sovviene quanto segue: l’aria piano deve entrare e i polmoni far gonfiare, tutto il resto è periferia, chi vuol essere inquieto sia. Il concetto era questo, senza rima, lo confessiamo. Ahinoi, potremmo essere esiliati per lesa amenità. Lo dicevi, col mirino sopra al dito, che far baciare le parole era esclusiva del frignone, di colui poco avvezzo alla sostanza. Sei così, nulla a pretendere, senza bozzi o valli ripide, solo strada bella dritta, fino al punto che svela il fatto. O la narrazione, come dichiari ad ogni argomento. Guerra, politica, la natura un po’ monella, la violenza di qua e di là, ribellione o capesante a Capodanno, tutto merita un suo aplomb, una nobile esposizione, un racconto che ricordi il natio borgo letterato.
Caro riverbero del rione, scarpe lucide e pensieri stringati, scriviamo troppo, male e fuori dal vaso. Erano queste le tue parole, bene ricordiamo. Avevi ragione e chiediamo scusa per le frenesie verbali dovute all’età. Dunque, veniamo al nocciolo della prugna, all’essenza da te desiderata. Con questa nostra siamo qui a dirti grazie, con genuflessione ponderata. Non vi è alcun raggiro o fondello preso al volo. La gratitudine è sincera e spieghiamo anche il perché. Dopo ore di lezione, discorsoni, illuminanti esposizioni, bacchettate sulle mani (eravamo in quell’ultimo banco), abbiamo capito tante cosucce, belle, buone, fino troppo sapide. Ad esempio, ora siamo a conoscenza che opinione e informazione hanno natali ben diversi, che propaganda è regina chiacchierona, dalla bocca troppo larga, il suo bacio non tramuta un rospo depresso in un principe alla moda. Grazie ancora per aver portato luce – seppur di riflesso – sul gran buio dell’amore: non è possesso, primordiale voglia di plasmare secondo i propri desideri. Per contrappasso d’Alighieri, abbiamo inteso anche il non detto: la maggioranza è sempre coesa, l’opposizione è senza sconti, l’influenza è cosa buona quando viaggia nella rete, asfaltare non s’addice a chi è debole di stomaco. E potremmo continuare sulla strada dei prodigi, quella presa di coscienza dinanzi all’esempio tartaglione e finanche un po’ cialtrone. Ci risiamo con la rima, non faremo mai carriera, lo sappiamo, lo sapevamo, lo sapremo anche domani, quando scopriremo fino in fondo che la mela avvelenata è prodotto disumano, come il cannone, l’arma segreta, la minaccia quotidiana, l’assassinio di ragazze con i capelli al sole.
Oltre al grazie, non ci resta che snocciolare un buone feste.
Con osservanza
I sette nani.

9 pensieri riguardo “Lettera di Natale”

  1. Tra le righe, oltre le parole, abbiamo scoperto anche i colori e le emozioni che ha voluto trasmettere. Le confidiamo che per tante sere, prima di abbandonarsi al sonno, la nostra bambina ha chiesto la lettura di “Lucianella”. Abbiamo apprezzato molto, inoltre, il suo libro “Che fatica!”. Spero che ritornerà presto nella nostra città, magari per ascoltare uno dei suoi monologhi. Cogliamo l’occasione per augurarle un anno splendido.

    Piace a 1 persona

  2. Mi avvicino in punta di piedi alla fine di questa linea che chiude il cerchio del nostro vivere comune che ha così poco di comunanza.
    Non sono fiduciosa tuttavia per vivere devo credere in qualcosa di migliore.
    Grazie caro Giovanni per questo tuo Regalo di Natale (perché questo è).
    🌲⭐️

    Piace a 1 persona

I commenti sono chiusi.